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Invictus (U.S.A. 2010, colore, 133')
Regia: Clint Eastwood
Interpreti principali: Morgan Freeman, Mat Damon,
Distribuzione: Warner Bros Italia
Due campi da gioco: da una parte erba verde con uomini che vestono tutti la stessa divisa; giocano un gioco duro, il rugby; sono tutti bianchi. Dall'altra un campo polveroso, dove piccoli straccioni rincorrono una palla con i piedi; il fantastico gioco del calcio; sono tutti di colore.
Tutti si fermano quando vedono passare una macchina a sirene spiegate; è un giorno che passerà alla storia. E' il giorno in cui viene annunciata la scarcerazione di “Madiba” Mandela.
“Invictus”, il nuovo film di Clint Eastwood da domani nelle nostre sale, inizia subito con una contrapposizione: bianchi contro neri, divisi dalla classe sociale, divisi dal colore della pelle, divisi dallo sport. Il film inizia dal momento della scarcerazione di Mandela; la sua elezione; il suo insediamento come presidente e la presa di coscienza di una situazione esplosiva: un paese devastato dalla crisi economica e da una profonda spaccatura sociale che vede le due parti contrapposte, ora capovolte, ma ugualmente divise.
Mandela sorprende prima di tutto i suoi uomini quando caparbiamente cerca di costruire il suo Sudafrica arcobaleno, iniziando proprio con il suo staff. Le sue guardie del corpo diventano il microcosmo che rappresenta la trasformazione del Sudafrica sotto la guida di “Madiba”, come lo chiamano i suoi uomini. La sua scorta si trova a dover lavorare fianco a fianco con un gruppo di uomini bianchi appartenenti alla Special Branch, le forze speciali che fino al giorno prima gli davano la caccia.
Madiba vuole che l'apartheid finisca, ma non vuole una sorta di predominanza nera, come gli stessi bianchi si aspettano. Capisce che per creare una nuova consapevolezza ed una nuovo orgoglio nazionale intorno al suo paese, uno strumento utile in quel momento può essere lo sport. Il Sud Africa nel 1995 si appresta ad ospitare la Coppa del Mondo di Rugby, e solo grazie al fatto di essere la squadra nazionale del paese ospite, gli Springboks, ha ottenuto il diritto a partecipare alla competizione.
Mandela chiede al capitano della squadra, Francois Pienaar, interpretato da un trasformato Matt Damon, di fare un miracolo, di vincere la Coppa del Mondo. Quello che per tutti, anche per i suoi collaboratori più stretti, sembra una perdita di tempo, di fronte alla situazione disastrosa in cui versa il paese, diventa per Mandela un suo obbiettivo principale: sostenere la squadra dei Springboks, la cui maglia è stata e rimane per i neri simbolo dell'apartheid, nella sua corsa verso la vittoria.
Lo stile lineare di Clint Eastwood, capace di raccontare con estrema fluidità e simmetria storie che hanno dell'epico, sottolinea con maniera i momenti più toccanti del film: l'incontro tra Mandela e Pienaar, la visita della squadra alla prigione di Mandela, la partita contro i giganti neozelandesi “All Blacks”. Morgan Freeman, attore protagonista e co-produttore del film, giganteggia nei panni di Mandela. Freeman da tempo voleva fortemente fare un film sulla figura di questo grande Presidente. Avendolo già incontrato, è stato lo stesso Mandela ad indicare lui come possibile interprete di se stesso.
Tutti gli elementi del film si combinano perfettamente in una prova perfetta di stile. Quello che forse più sorprende è che i fatti narrati sullo schermo non siano una invenzione. Gli ingredienti ci sono tutti: lo sport come mezzo per aggregare un popolo diviso dalle lotte fratricide. Un leader che incarna tutte le figure profetiche di questo ultimo secolo come Gandhi, Martin Luther King e altri; una partita che segna la vita dei protagonisti che riescono nell'impresa impossibile di sconfiggere la squadra favorita e di vincere la coppa del mondo. Tutto sembra scritto seguendo le regole del manuale dello sceneggiatore. Sarebbe una storia talmente perfetta da sembrare stucchevole. Se non fosse una storia vera.
Paola Dell'Uomo
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